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BLOG - Spazio e scuola

Come voleva Voltaire

31 Marzo 2014

Bologna, 26 marzo 2014, fiera internazionale del libro per ragazzi, ore 9.30 circa. Sono al padiglione 33, nella sala Allende. Sto seguendo il secondo giorno del convegno: “Raccontare e insegnare il cielo e le stelle”, organizzato da INAF-Osservatorio Astronomico di Bologna.

Vogliamo parlare dei convegni? Sarà il suono “gn”, ma inizio a sviluppare una certa allergia ai convegni. Eppure se penso alla parola “compagno”, l’allergia non mi viene mica. D’accordo, ne parlerò con me stesso. Capirò.

Alle 9.45, d’improvviso, ogni cosa è illuminata di una luce diversa. Non che prima o dopo sia stato di minor valore, ma qui c’è una svolta. Stanno parlando Annamaria Battiloro, Maria Antonietta D’Onofrio, Manuela Masi, Morena de Minn, Elena Fusco, insegnanti della Scuola comunale dell’infanzia “Irma Pedrielli” di Bologna. Scuola dell’infanzia, bambini in età prescolare. Annamaria racconta il loro progetto sul sistema solare. E di come l’hanno condotto: i bambini, i genitori l’esperto di astrofisica, gli insegnanti. Ecco, gli insegnanti.

Ascoltandola, mi sembra di rileggere “La chiave a stella”, di Primo Levi. Protagonisti l’operaio specializzato Tino Faussone e la cura che mette nel compiere il proprio lavoro, lui, che costruisce ponti in giro per il mondo. In loro trovo lo stesso scrupolo meticoloso, utilizzato con la competenza di chi sa fermarsi al livello giusto di dettaglio.

Perché la cura non è una nevrosi né un’ossessione, ma un metodo di lavoro. L’ascolto del bambino, la condivisione del progetto, la capacità di costruire cose e parole: ciascuno interpreta – insegnanti, esperti, educatori, bambini – il ruolo in cui possono fare il meglio che sanno fare, in un’armonia in cui tutti hanno meravigliosamente identica dignità. Un progetto tra pari, ma non fra identici.

Nello stesso periodo, a Milano, sto seguendo un lavoro simile con circa 50 bambini di 4 e 5 anni della scuola dell’infanzia “Pier Capponi” grazie all’interessamento di Antonella Pia e delle sue colleghe (già: non ho mai trovato un maestro dell’infanzia. Solo maestre. Sarà per questo che funzionano così bene?).

Insomma, sarà il Reggio Emilia Approach che funziona, sarà merito di Loris Malaguzzi, sarà merito di Gianni Rodari. A me pare che Malaguzzi e Rodari, come magnifici spartiti dimenticati, farebbero solo la polvere se non riconoscessimo il lavoro straordinario e creativo di questi loro moderni interpreti, che hanno saputo interiorizzarli, rileggerli, riproporli, riscriverli.

Queste persone sono della stessa pasta e statura di “chi coltiva il suo giardino”, del “ceramista che premedita un colore o una forma”, di “chi scopre con piacere un'etimologia”, “chi accarezza un animale addormentato”, “chi giustifica un male che gli hanno fatto”, “chi preferisce che abbiano ragione gli altri”, “chi è contento che sulla terra esista la musica” o “che sulla terra ci sia Stevenson”.
E ne condividono lo stesso destino: “queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”. Semplice, no? Forse, aggiungo io. Perché non sono tanto sicuro che il mondo sia salvabile. Ma se una strada esiste, è quella che questi insegnanti ci stanno indicando. Aiutiamoli. Con umiltà, con tanta umiltà, per favore!

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