Sapere Scienza

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Pokémon Go! Let's Play, e la città cambia volto

30 Agosto 2016 di 

Fino a qualche settimana fa, per la gran parte degli utilizzatori di smartphone i Pokémon erano semplicemente delle creature immaginarie, protagoniste dell’omonima serie tv giapponese. Ma da quando Niantic, una società di sviluppo software statunitense, ha distribuito la app Pokémon Go, questi strani mostriciattoli sono entrati nella vita quotidiana di migliaia di persone.

In pochissimi giorni, la app sviluppata da Niantic ha battuto tutti record, conquistando il primo posto nelle classifiche delle applicazioni più scaricate negli store iOs e Android. Ma non solo: in un tempo sorprendentemente rapido, Pokémon Go è riuscita a far crollare l’interesse verso le principali social media apps, tenendo i suoi utenti incollati al monitor dello smartphone per più di 43 minuti al giorno, contro i 30 di WhatsApp, i 25 di Instagram, i 22 di Snapchat e i 12 del sistema di messaggeria di Facebook.

 

La tecnologia 

La tecnologia alla base di Pokémon Go è tanto semplice quanto vincente: lo scenario del gioco non è più il tradizionale sfondo di fantasy bensì le nostre città, così come le vediamo mappate da Google Earth. L’obiettivo del gioco? Snidare, catturare, allenare e far combattere i Pokémon selvatici che, di tanto in tanto, fanno la loro comparsa nelle strade o nei parchi pubblici.

Per trasformare la nostra città in un mondo popolato da Pokémon virtuali è sufficiente personalizzare un avatar che, grazie al GPS integrato negli smartphone, ci seguirà nei nostri spostamenti. Inizialmente, il nostro avatar avrà una dotazione di base, ma nel corso del gioco sarà possibile ottenere le Poké Ball per catturare i Pokémon e altri strumenti acquistandoli all’interno dell’applicazione. Per giocare è necessario muoversi a piedi o in bici, ma sempre al di sotto dei 20 chilometri orari. Superata questa velocità, la app diventa inutilizzabile. Detto altrimenti, scordiamoci di organizzare dei safari in auto per le strade delle città alla caccia Pokémon.

 

Il boom della realtà aumentata

Dietro a un meccanismo di gioco all’apparenza banale, ripetitivo e scontato si cela l’alchimia del successo di questa applicazione. Attraverso il GPS, Pokémon Go è riuscita a fondere in modo estremamente convincente il virtuale con il reale, trovando un uso applicativo per la tecnologia della realtà aumentata. Senza la necessità di utilizzare dei dispositivi aggiuntivi, quello che ci ritroviamo sullo schermo del nostro smartphone è un modo reale, arricchito da innumerevoli elementi virtuali generati dall’applicazione. Non solo Pokémon, ma palestre virtuali in cui allenare le bestioline, e Poké Spot che diventano dei veri e propri punti di ritrovo per i players delle nostre città.

 

La realtà aumentata non è certo una novità e le prime sperimentazioni risalgono addirittura alla fine degli anni ’60, mentre sono degli anni ’90 i primi software funzionanti e a disposizione, basati su questa tecnologia. Tuttavia, finora, nessuna applicazione di realtà aumentata era riuscita a conquistarsi un posto così rilevante dentro la vita quotidiana di migliaia di persone. La app promossa da Niantic, infatti, è riuscita a inserirsi in modo estremamente pervasivo nella routine quotidiana degli utenti, offrendo un agile diversivo per riempire il tempo trascorso nel tragitto casa-lavoro, nell’attesa di un treno, o di un amico che tarda. Insomma, un gioco quasi mai praticato in un tempo veramente libero, ma piuttosto una ridefinizione del senso dell’attesa che caratterizza le vite quotidiane.

Si tratta di uno spazio sottratto alla socialità spontanea o agli incontri imprevisti? Forse si. Allo stesso tempo, molti utenti riconoscono il fatto di aver esplorato per la prima volta luoghi inediti delle loro città, scoprendo sculture, lapidi commemorative, o suggestivi dipinti mai visti prima. Sembra proprio che Pokémon Go stia trasformando i nostri spazi urbani in luoghi esotici, mettendoci continuamente nei panni di insoliti turisti che si affidano alla guida di curiosi mostriciattoli virtuali.

 

[Immagine via Flickr]

Stefano Crabu

Sociologo dell'Università di Padova, fa ricerca sul tema dell’innovazione tecnoscientifica, con particolare attenzione al rapporto tra biomedicina, tecnologie e società. Collabora con STS Italia (Società Italiana per lo Studio della Scienza e della Tecnologia), e fa parte del comitato di redazione della rivista Tecnoscienza: Italian Journal of Science & Technology Studies.

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