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Per non fare la fine dei dinosauri

3 Luglio 2015 di 

Verso la fine dell’Ottocento, mentre l’epopea del selvaggio West volgeva al termine, il capo Sioux Nuvola Rossa nel denunciare i maltrattamenti subiti dal suo popolo chiese aiuto a Othniel Charles Marsh, uno dei più noti cacciatori di fossili del nord America. In cambio, gli avrebbe permesso di scavare nelle riserve indiane del Nebraska e del Dakota.

Proprio in quel periodo si stava infatti ricostruendo una parte importante della storia della vita sulla Terra - quella che aveva visto i dinosauri dominare incontrastati il pianeta per quasi 200 milioni di anni. Solo il devastante impatto di un asteroide aveva posto fine al loro regno, circa 65 milioni di anni fa. Ne è testimone il grande cratere (180 chilometri di diametro) parzialmente sommerso che attraversa la penisola dello Yucatan. Una catastrofe che provocò, sia direttamente che per i cambiamenti climatici che aveva innescato, la scomparsa di due terzi delle specie viventi. Una catastrofe che per i primati sopravvissuti, finalmente liberi dal giogo dei dinosauri, fu invece l’inizio di un fortunato cammino evolutivo che li avrebbe portati a diventare la nuova specie dominante sulla Terra. Tendiamo spesso a dimenticare che dobbiamo la nostra esistenza a quella stessa catastrofe che oggi temiamo possa decretare la fine della nostra civiltà.

 

Il rischio collisione

Che il nostro pianeta sia continuamente a rischio di collisione con dei corpi celesti alla deriva nello spazio (chiamati NEA - Near Earth Asteroids) è un dato di fatto. Ma è anche vero che dalla scoperta del primo oggetto di questo tipo (Eros, nel 1898) le tecniche per individuarli, caratterizzarli e tenerli sotto stretta osservazione hanno fatto passi da gigante. A oggi conosciamo più di 12.000 NEA e il totale aumenta al ritmo di quasi 1.500 all’anno. Eppure il 15 febbraio 2013 un piccolo asteroide di una ventina di metri è esploso nel cielo della città russa di Chelyabinsk gettando nello scompiglio la popolazione e provocando un migliaio di feriti.

Come mai non è stato avvistato per tempo? E se fosse stato più grande? Abbiamo rischiato veramente di fare la fine dei dinosauri? Rispondere a queste domande significa addentrarsi nelle bizzarrie della meccanica celeste imparando a schivare le trappole della statistica, per capire che anche gli eventi improbabili a volte accadono. E che per non subirne le conseguenze più drastiche basta prepararsi per tempo. Bisogna dunque continuare a scrutare il cielo allo scopo di trovare il prossimo impattore con un anticipo sufficiente a mettere in pratica delle efficaci strategie di mitigazione del danno: dalla evacuazione delle zone a rischio all’invio di sonde kamikaze per deviarne la rotta quel tanto che basta a fargli mancare la Terra. Il tutto con un approccio globale, dato che un asteroide non bada certo ai confini tra gli stati.

 

Il monitoraggio

Per questo l’Agenzia Spaziale Europea ha recentemente inaugurato il suo Centro di Coordinamento sul rischio asteroidale presso l’ESRIN di Frascati, che lavora a stretto contatto con l’analogo statunitense operato dalla NASA. Le due agenzie stanno poi pensando a un esperimento congiunto, battezzato AIDA (Asteroid Impact & Deflection Assessment) che consiste nel prendere di mira l’asteroide Didymos (un oggetto abbastanza innocuo, almeno per i prossimi secoli) inviando due sonde indipendenti. La prima, tutta europea, avrà il compito di studiare da vicino Didymos, mentre la seconda, americana, si schianterà sul suo piccolo satellite (non è raro trovare asteroidi accompagnati da una luna in miniatura). Un test importante per la nostra tecnologia spaziale, a cui ci affideremo per non fare la fine dei dinosauri.

 

[Immagine: credit ESA-ScienceOffice.org]

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Ettore Perozzi

Laureato in Fisica, si occupa professionalmente di scienze planetarie, missioni spaziali e divulgazione scientifica. Ha scritto articoli e libri di astronomia per ragazzi e per il grande pubblico. E’ socio fondatore della libreria asSaggi. L’asteroide n. 10027 porta il suo nome.

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